“Autoritratto al radiatore” di Christian Bobin, una lettura di Gianluca Conte.

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Bobin

Autoritratto al radiatore di Christian Bobin (AnimaMundi Edizioni)

Tu citavi spesso questa frase, l’avevi trovata in un libro, non ho mai
saputo quale, essa ti si addiceva, ti calzava a meraviglia come la
scarpina mancante al piede di Cenerentola: «Nessuno è esattamente al suo
posto, ed è meglio così, un rigido adeguamento sarebbe
insopportabile».

Com’è chiacchierona una rosa.
(p.19).

A farmi conoscere Christian Bobin è stata Raffaella Fiorini, carissima amica, lettrice attenta e donna d’innata sensibilità (tengo a dire che Autoritratto al radiatore è un suo prezioso dono). Di Bobin, dopo averlo “incontrato”, insieme a Franco Arminio, proprio nella magica dimora di Raffaella, costellata di libri, altre meraviglie artistiche e di profumi della natura, avevo già letto Mozart e la pioggia, Mille candele danzanti, L’uomo che cammina. Tutti esempi meravigliosi dell’immenso sentire di Bobin, della sua delicatezza e forza. Elementi, questi, che non appaiono, nelle opere dello scrittore francese, in contraddizione ma, come la vita e la morte – temi centrali della sua poetica –indissolubilmente legati.

In questo Autoritratto, tuttavia, sembra esserci qualcosa in più, un indecifrabile quid, forse, se possibile, una fetta di maggiore intimità e, al contempo, di universalità che sboccia, come i suoi amati fiori, dalle piccole e piccolissime cose:

«Alla domanda sempre imbarazzante: “Cosa stai scrivendo ora?”, rispondo che scrivo di fiori, e che un altro giorno sceglierò un soggetto ancora più esile, più umile se possibile» (p.14).

L’approccio di Bobin a tali oggetti/soggetti non è nostalgico né, tantomeno, melodrammatico, le sue pagine, dotate di un immenso afflato poetico, cercano nella mestizia e nella frugalità la luce, la gioia, pur non chiudendo gli occhi sul dolore e sulla tristezza. La scrittura di Bobin, minimale, sobria, appare infinitamente ricca di suggestioni sincere, mai affettate.

Nelle parole impresse sulle pagine bobiniane è facile intuire l’autore, la sua fisionomia spirituale, la sua verace umiltà:

«È chiaro: tutto ciò che possiedo mi è stato dato. Tutto ciò che ho di vivo, di semplice, di tranquillo, l’ho ricevuto. Non sono così folle da credere che mi fosse dovuto, o che ne fossi degno.» (p.20)

Leggendo Bobin, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di mistico, di ascetico, di altamente spirituale. Eppure non sembra di accostarsi a un pensiero “di nicchia”: l’ispirazione di Bobin è popolare – nel senso alto del termine – a tratti colloquiale, eppure profonda e musicale come non mai. Bobin è uno scrittore, e prima ancora un uomo, che nella sua riservatezza parla all’umanità, uomini, donne, bambini, anziani. Parla del mondo, e parlando del mondo parla di noi umani, della nostra fragilità e della nostra forza.

Tra le righe, poi, si intravedono il valore e l’unicità che l’autore attribuisce alla solitudine, da vivere non come una condanna, tutt’altro. Solitudine è abbracciare un’impareggiabile compagna: l’intimità. Ed è forse nella riscoperta del nostro lago interiore, che spesso releghiamo in un angolino buio dell’esistenza, nel ritrovare noi stessi attraverso le piccole cose, che risiede uno sfuggente barlume di verità:

«La verità si muove, spinge, corre, ritorna, canta, si contraddice, fa piroette e non è mai prigioniera di nulla, di nessun principio, di nessuna abitudine. La verità è quello che non ho, che nessuno può mai avere» (p.96).

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CONGIUNGIMENTO di Ilaria Caffio (Spagine Poesia, Associazione Fondo Verri) una nota di Gianluca Conte

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Congiungimento di Ilaria Caffio, Spagine Poesia, Associazione Fondo Verri, 2017

di Gianluca Conte

Verrai ai miei piedi
e li laverai-
Amore appresso
Amore ancora
e io chissà cosa farò.
(p. 32)

La Poesia non conosce età. È questo il mantra che dovremmo ripeterci più e più volte, soprattutto quando siamo tentati di giudicare il valore di un’opera con parametri stolidi, come la cosiddetta maturità, che non può mai, in nessun caso, essere data dalla misura anagrafica. Ilaria Caffio, giovane poetessa pugliese, possiede la Poesia. La possiede come la possedeva Rimbaud, Gozzano, Dante, Toma. La Poesia o c’è o non c’è. Non vi è Poesia della giovinezza e Poesia della maturità. C’è solo la Poesia.
Congiungimento, opera prima della Caffio, è, a un tempo, un pugnale che trafigge il cuore – nell’accezione cioraniana del termine – e, volens nolens, un pharmakon, una cura del dolore, quest’ultimo inteso come parte irrinunciabile dell’esistenza umana. Ed è proprio dall’umano che irradia la Poesia dell’autrice, a volte foggiando il verso su una consistenza materica, a volte trascendendo l’universo tangibile per navigare in mari pregni di visionaria tragedia, dove un’odissea liquida prende le mosse tra le onde di un indecifrabile Thauma:

«[…] Così si accorciano le lontananze le piogge
si compiono le doglie
e io vorrei sapere tanto tanto
cosa sto facendo qui
al tuo entrare uscire al mio tornare andare
per quasi due secoli – senza estinzione».
(p. 20)

I versi della Caffio, elementali, terragni e siderali, plasmati sine die, appaiono classici, ovvero vivi al di là del contingente, siti fuori dalla nostra attualità claustrofobica. Metafisici (in senso dechirichiano) e a tratti ipercinetici, sembrano sottendere certi dinamismi visivi che incrociano le geometrie umane e ciò che queste diventano interagendo con le estensioni dell’oggettità:

«Tu che conosci angoli e luoghi della mia materia
rassomigli agli antichissimi lastricati delle piazze
scurite
che con insistenza celebro nel cervello». […].
(p. 22)

Il Congiungimento evocato dal titolo, forse, è proprio questo insieme di elementi: non solo, dunque, la Coincidentia oppositorum – Bene/Male, Sacro/Profano, Luce/Tenebra – ma l’alchemica mistura, l’elemento umano nell’universalità dei mondi, il coraggio di guardare oltre il megalite nero dei pitecantropi, che tanto aveva inciso la poetica kubrickiana – «Dal nucleo e dalla sagoma / zampilla lava preistorica». […] (p. 34) e che da questa ha permeato l’inconscio poetico e artistico delle generazioni a venire. Nella presente silloge si incontrano i miti ancestrali, la molteplicità e la complessità dell’origine e della fine del Cosmos, l’universo ordinato in cui l’umano è centro e periferia; altresì fa la sua comparsa il Caos, la tragedia atavica del disordine, mai superata e comunque necessaria. Mondi lontanissimi, tenuti insieme dal verso oracolare, quasi misterico della Caffio, da cui non di rado si diparte una sorta di diagrammaticità imperscrutabile che a qualcuno potrebbe ricordare il disegno bruniano; qui la natura è madre amorosa eppure legata inscindibilmente a Polemos, forza belluina e generatrice, dunque doppia, ma pur sempre vitale.
Congiungimento appare un’opera poeticamente esoterica ma che può essere letta – da chi ha occhi per “vedere” – in maniera prelogica, intuitiva, immediata, attraverso una decifrazione emozionale, elemento in grado di creare un legame cruciforme e biunivoco, verticale-orizzontale, nel simbolismo del corpo, dalla testa ai piedi, da braccio a braccio, tra chi ha impresso i versi e chi li legge. Queste liriche respirano terra arcana, primitiva e, proprio per questo, sanno scavare i solchi dell’esistenza universale, sanno essere senza tempo e quindi eternamente presenti o chimericamente assenti e quindi iper-presenti. E poi vi è il senso del dono, l’essere oblativo del verso, un’offerta franca, dolce, disinteressata, un pane prezioso da con-dividere. Infine, dal corpo del mito atavico, inchiodato dalla Caffio sulla pagina, sembrano staccarsi brandelli di un tempo odierno, non cronologico ma pluridimensionale, dove ciò che conta non è il susseguirsi dei frangenti, bensì l’estensione spaziale del tempo. In queste sequenze spazio-irregolari, in queste epoche tangenti, compare la città vivente, simile a un’entità calviniana, un essere tentacolare che arranca tra i fumi dell’acciaio e le piogge di ruggine che paiono sangue, un non-luogo figlio della terra di Puglia dove, nonostante tutto, hanno dimora i sogni, la realtà e, mi piace pensare, anche Congiungimento e la sua autrice.

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Ilaria Caffio è nata a Taranto nel 1991.
È laureata in filosofia, organizza eventi culturali, cura numerosi progetti e le sue poesie sono state pubblicate su diverse antologie.

 

“Lettere a Cioran” di Nicola Vacca, una nota di Gianluca Conte

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Lettere a Cioran di Nicola Vacca (Galaad Edizioni)

«Non si può iniziare a scrivere di Emil Cioran se non partendo dal dubbio […]».
p. 25.

Di questi tempi, per ciò che concerne la saggistica italiana, è difficile trovare un autore che non costruisca un itinerario sul suo ego anziché sull’opera e sul vissuto del suo soggetto/oggetto di studio. Per fortuna esistono ancora autori (e editori!) che fanno proprie l’onestà intellettuale e la gratitudine disinteressata verso chi ha saputo aprirgli la mente. Nicola Vacca, scrittore e critico letterario, una mente libera pubblicata da editori lungimiranti, ha saputo ancora una volta regalarci un’ottima prova di critica dopo Sguardi dal Novecento e Vite colme di versi.

Lettere a Cioran di Nicola Vacca, Galaad Edizioni, 2017, è disarmante non solo per la chiarezza dell’esposizione e la profondità di vedute, ma anche per il mettersi a nudo dell’autore di fronte a un mostro sacro del calibro di Cioran. Gli aspetti del pensiero e della scrittura del grande filosofo rumeno sono affrontati in maniera lineare, senza istrionici zigzagamenti, nel nome di una ricerca da cui traspare l’assiduità e la franca frequentazione del filosofo. Con un prologo poetico – mi viene da pensare che trattandosi di un’opera scritta da un poeta notevole non poteva essere diversamente – questo saggio ci accompagna a conoscere gli aspetti più intimi di un pensatore che aveva centrato il suo lavoro sullo “squartamento” di ogni stadio dell’esistenza umana. Vacca ci invita al viaggio nei bui meandri cioraniani, e lo fa con arguzia e vivacità, tenendo alto il ritmo della narrazione, come si conviene per un personaggio spesso ostico come il nostro. Ecco, passi come il seguente danno prova di come alcuni tratti salienti del pensiero di Cioran, tralasciati o maliziosamente celati dai più, vengano messi in risalto dall’opera dello scrittore gioiese:

«In apparenza, Cioran è un pessimista irriducibile […]. Leggendolo ci accorgiamo, però, che tutto il suo sconfortante pessimismo non è altro che il pretesto – il modo, la strada, lo stile – per trasferire sulla pagina un’intelligenza lucida, armata di disarmanti sillogismi, che sempre chiamano in causa la coscienza di chi legge» (p. 39).

Un Cioran visto, dunque, in tutta la sua terribile potenza che scardina certezze, con la sua prosa, dice Vacca «frammentaria, discontinua e convulsa», ma anche un Cioran che, come ogni grande intellettuale e uomo di eccelsa dignità non si piange addosso, non segue la logica degli “ismi”, ma soffre insieme all’uomo per l’uomo. A tal proposito, l’autore di questo Lettere a Cioran ci mette in guardia da facili conclusioni cui il lettore superficiale del filosofo di Rășinari potrebbe giungere: «Cioran non è un nichilista: scrive solo ciò che prova; quando non prova nulla, non scrive» (p.67). Cos’è tutto ciò se non un vero atto d’amore (e di verità) dell’autore del saggio verso un compagno di viaggio e di scrittura, un padre del pensiero che come pochi ha saputo scendere a fondo nell’esistenza umana? D’altronde, come ha colto benissimo Mattia Luigi Pozzi «Scrivere di Cioran non può che essere una confessione. Una confessione che Nicola non teme […]» (p. 13 e quarta di copertina). Chi voglia avvicinarsi al pensiero di Cioran e chi, già conoscendolo, voglia approfondire alcuni punti nevralgici della sua scrittura e della sua speculazione, troverà in questo agile libro di Vacca gli stimoli giusti per affrontare un viaggio che non potrà lasciare indifferenti.

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Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista «Satisfiction». Ha pubblicato: Nel bene e nel male (1994), Frutto della passione (2000), La grazia di un pensiero (2002), Serena musica segreta (2003), Civiltà delle anime (2004), Incursioni nell’apparenza (2006), Ti ho dato tutte le stagioni (2007), Frecce e pugnali (2008), Esperienza degli affanni (2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (2010), Serena felicità nell’istante (2010), Almeno un grammo di salvezza (2011), Mattanza dell’incanto (2013), Sguardi dal Novecento (2014), Luce nera (2015), Vite colme di versi. Ventidue poeti dal Novecento (2016), Commedia ubriaca (2017).

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Link al post originale su Linea Carsica: http://glucaconte.blogspot.it/2017/11/lettere-cioran-di-nicola-vacca-galaad.html

Chiara Papa, incanto in musica

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Seguo, ormai da qualche anno, con grande interesse e piacere, il percorso artistico di Chiara Papa, giovane e dotata musicista salentina. La prima volta in cui l’ho ascoltata dal vivo, è stato in occasione di un prezioso concertino presso l’Abbazia di Santa Maria di Cerrate, dove si esibiva insieme ad altri musicisti; si trattava di un evento organizzato per “ridare vita” a quel bellissimo luogo, che così poteva tornare a respirare e palpitare. Ero in compagnia della donna che sarebbe diventata mia moglie, e quale miglior auspicio per due innamorati della poesia in musica! Rimasi profondamente colpito dall’energia che Chiara sapeva sprigionare, ma non solo, vi erano tante altre qualità che di lei trasparivano: la padronanza dello strumento, la tecnica sopraffina (in quell’occasione Chiara suonava la chitarra, ma è bravissima anche con altri strumenti, tra cui il dulcimer e l’ukulele) l’ispirazione, la profondità delle esecuzioni. Un qualcosa di fatato si muoveva dalle note per raggiungere menti e cuori degli ascoltatori. In una parola: indimenticabile!

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Giorni fa, ho avuto il piacere di riascoltarla, in due occasioni, a Copertino, nella suggestiva cornice dell’Arco dei Pappi, e a Trepuzzi, paese natale dell’artista, in un luogo stregato, come solo la campagna salentina sa essere. Le nuove occasioni sono nate per la presentazione del suo disco, (Donne), pubblicato con Fonosfere by Dodicilune, un lavoro magico fin dalla copertina, realizzata dall’artista iraniana Hanieh Ghashghaei. In questa pregevolissima opera, la musica e la voce di Chiara sanno incantare. (Donne) non è soltanto un susseguirsi di brani, ma un crescendo di storie, meravigliosamente intessute. Già dalle prime note si percepisce un volersi donare dell’artista al pubblico, un voler instaurare quell’intimità che si fa poesia ed emozione e che continua, amplificandosi, nei concerti live di Chiara. Frutti, questi, non solo di grande sensibilità e infinita passione ma anche di dedizione e studio. In un’epoca dove tutto è approssimativo, superficiale, colpiscono la serietà e l’impegno di questa giovane musicista, che ha fatto della musica la propria vita. L’accurata ricerca della Papa si mostra dalla cura per il tutto, un insieme che diventa culla di fantastiche emozioni. I brani del disco, nove in tutto, sono dei battelli fatati che portano lontano, verso i mondi dell’emozione. Chiara, con le sue note e il suo canto, ci sfiora l’anima e ci racconta d’amore e di coraggio, di gioia e sofferenza, di terra e di cielo, di alberi e di lune, di carne e di spirito. Semplicemente da ascoltare.

Gianluca Conte

Sito ufficiale della musicista: http://www.chiarapapa.it

Carmelo Bene: essere altrove  

Zonadidisagio

CB

«Non essere dove si è, essere altrove, smarrirsi per non più ritrovarsi». Il cammino umano e artistico di Carmelo Bene andava nella direzione del de-collocarsi, del togliersi dalla scena, dell’allontanarsi dal Sé. E non era affatto una via facile da percorrere. Nel momento in cui Parmenide s’iniziò all’essere, l’uomo incominciò a complicarsi l’esistenza. Carmelo Bene non aveva nessun dubbio a riguardo: una miriade di questioni nasceva dal volersi confrontare con una (ir)realtà così spinosa e vaga. Sono passati millenni e il problema – ontologico, gnoseologico, etico, storico – miete ancora vittime tra estimatori e detrattori, non ultimo Heidegger, cui Bene rimandava a chi gli rompeva i cosiddetti con il Sein e con l’ontologia. Poi, all’orizzonte, ecco pararsi la speculazione deleuziana, impegnata nell’ardua prova di rivoltare uno dei più stigmatizzanti dualismi filosofici e umani, quello “Io-Altro”, che aveva trovato crogiuolo nell’universo antropocentrico occidentale (ma non solo), e Carmelo Bene…

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“La curva dei denti” di Giovanni Nervi

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Dei tanti è rimasto solo qualcuno
a osare dove osano le aquile,
certe anime irriducibili, lacerate dalla breccia,
che al veleno della cura preferiscono l’odissea.
Non è che manchino le ali per volare
manca la voglia di andare lontano
perché lontano può essere vicino
e questo fa paura
come una malattia che insidia i denti.

“Universo minimo” di Gianluca Conte (Alimede Poesia) a Galugnano

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Alimede Poesia e Linea Carsica presentano:
“Universo minimo” di Gianluca Conte.

Dialogherà con l’autore la scrittrice Chiara Cordella
Musiche di Christine IX
Interverrà il Consigliere Emanuele Dell’Anna

Venerdì 26 maggio, ore 19.00
Ex scuola elementare, via Buonconsiglio, Galugnano (Le)

In collaborazione con: Comune di San Donato di Lecce – Settore Cultura


«L’universo poetico di Gianluca Conte è inquieto, tagliente; in alcuni frangenti sembra sospendersi in memoriam, eppure scorre incessantemente verso la vita e la molteplicità della sua sostanza e dei suoi attributi.

Metafisico e finemente acuminato, il pensiero più intimo dell’autore si accompagna a un tratto ritmico sistemico e simbolico, in cui le visioni appaiono sottili e nude, sospese come dipinti squarci di esistenza, e danzano, incisive e delicate, in un’alternanza “quasi umana” di circostanze massimamente minime e di estatiche visioni spontanee».

(Dalla nota introduttiva di Antonella Boccadamo)

“Commedia ubriaca” di Nicola Vacca alla Libreria Palmieri di Lecce

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Sabato 13 maggio, alle 18.30, presso la Libreria Palmieri, via Trinchese 62, Lecce, si terrà la presentazione dell’ultima raccolta poetica di Nicola Vacca, Commedia ubriaca, Marco Saya Edizioni.

Dialogheranno con l’autore Alessandro Vergari e Daniela Palmieri.

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Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste.  È redattore della rivista Satisfiction.

Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. È redattore di Satisfiction. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena1994), Frutto della passione (Manni  2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani 2002), Serena musica segreta (Manni 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni  2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti Manni2007), Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008), Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggiero Manzoni, Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (prefazione di Simone Gambacorta, Galaad Edizioni 2014), Luce nera (Marco Saya edizioni 2015), Vite colme di versi. Ventidue poeti dal Novecento (Galaad Edizioni 2016)

Al Fondo Verri di Lecce “infondo la voce – letture condivise per la bellezza”

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Domenica 30 aprile, alle 18, Fondo Verri, via Santa Maria del Paradiso, Lecce

infondo la voce, letture condivise per la bellezza

Si alterneranno sul palco:

Marcello Buttazzo
Ilaria Caffio
Paolo Castronuovo
Gianluca Conte
Flaminia Cruciani
Luigi Giuseppe Fioschi
Dario Goffredo
Claudia Di Palma
Gianluca Lacerenza
Irene Ester Leo
Iula Marzulli
Gianni Woland Minerva
Vittorio Nacci
Osvaldo Piliego
Amleto Sozzo
Stefano Zuccalà

jam session per i suoni di
Flavio Aprile e Mattia Manco

L’incontro è realizzato a cura di Ilaria Caffio.

“Universo minimo” di Gianluca Conte (Alimede Poesia) al Caffè Letterario di Lecce con l’Associazione Grifondoro

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Giovedì 16 marzo, alle 19.30, presso il Caffè Letterario, via G. Paladini 46, Lecce, si terrà la presentazione della raccolta poetica “Universo minimo” di Gianluca Conte, Alimede Poesia.

Dialoga con l’autore Serena Gatto dell’Associazione Culturale Grifondoro.
Letture di Daniele Boccadamo e Tonia Madaro.

In Universo minimo, la forma/sostanza che sottende l’immaginifico e la molteplicità dell’esistente non possono manifestarsi se non attraverso una lettura intima e profonda del testo, da cui deriva un atto di chiara emancipazione da quella concezione unicamente meccanica e razionale dell’esistenza umana a cui riferiamo e verso cui sovente tendiamo.

Nella presente silloge, ogni cartografia dialettica precostituita viene stravolta, in quanto la dimensione in cui vivono i versi non è convenzionale. Attraverso immagini/figurazioni obliquamente seducenti, scelte con cura, l’autore ci offre una visione poetica/poietica dell’umano e dell’altro dall’umano in cui il confine tra ciò che appartiene al mondo del Reale e ciò che vive esclusivamente nell’immaginato/immaginario non è quasi mai immediato. La visione interna dell’oggetto e l’operato dei soggetti in questione si alterano, soprattutto laddove ogni contenuto è, a sua volta, contenuto dell’altro.

L’universo poetico di Gianluca Conte è inquieto, tagliente; in alcuni frangenti sembra sospendersi in memoriam, eppure scorre incessantemente verso la vita e la molteplicità della sua sostanza e dei suoi attributi.
Metafisico e finemente acuminato, il pensiero più intimo dell’autore si accompagna a un tratto ritmico sistemico e simbolico, in cui le visioni appaiono sottili e nude, sospese come dipinti squarci di esistenza, e danzano, incisive e delicate, in un’alternanza “quasi umana” di circostanze massimamente minime e di estatiche visioni spontanee.

(Dalla nota introduttiva di Antonella Boccadamo)

GIANLUCA CONTE (1972), laureato in Filosofia è poeta e scrittore.
Pubblicazioni

Il pensiero metacreativo. Nuovi percorsi della mente, Musicaos Editore, 2015, saggio; 28 strade ancora, Magazzino di Poesia di Spagine (a cura di Mauro Marino), 2014, raccolta poetica; La boutique della carne/Teste d’osso, Musicaos Editore, 2014, racconti; Carmelo Bene inorganico, Musicaos Editore, 2014, saggio; Cani acerbi, Musicaos Editore, 2014, romanzo, tradotto in inglese con il titolo di Unripe dogs; Danza di nervi, Lupo Editore, 2012, raccolta poetica, vincitrice del Premio PugliaLibre, 2012 nella sezione “raccolta lirica”; Il riflesso dei numeri, Centro Studi Tindari Patti, 2010, raccolta poetica, finalista al concorso nazionale “Andrea Vajola”; Insidie, Il Filo Editore, 2008, raccolta poetica.

Altri scritti dell’autore sono presenti in diverse antologie e sul Web.